
OSCILLAZIONI
di Vitaliano Trevisan
Giordano De Plano in
OSCILLAZIONI
di Vitaliano Trevisan
uno spettacolo di Giuseppe Marini
Ho sempre pensato di essere quel tipo di uomo che una mattina si alza, fa colazione
fa una bella doccia, si sbarba, si mette il vestito migliore, pulisce il fucile, scarica il fucile su moglie e figli e quindi si uccide, non senza prima aver fatto fuori anche il cane.
Un ragazzo tra i quaranta e i cinquant’anni, in occasione del compleanno del figlio, traccia un bilancio a consuntivo della sua esperienza di marito e padre. “Entrambe le figure – come dichiara l’autore Vitaliano Trevisan - hanno la cifra dell'assenza: egli era marito, ma non ha mai voluto essere padre”. Un figlio generato da un matrimonio che egli voleva sterile e dunque l’abbandono di un progetto di vita portato a compimento, ai suoi occhi, in modo fraudolento. Da qui l’ulteriore abbandono anche dell'idea che un rapporto uomo-donna possa essere ancora possibile, a meno che non si tratti di un onesto rapporto “mercenario”, come quelli da lui intrattenuti nel corso degli ultimi anni, dove, con un movimento del tutto al passo coi tempi, la quantità sostituisce la qualità. Ma qualcosa non funziona più: le figure dell'assenza restano in lui immagini forti. Lavorano, sono vive, presenti, minacciose, e la qualità della minaccia cresce con la crescita del figlio.
Sullo sfondo, la città notturna si sovrappone a quella diurna, cambiandone totalmente la fisionomia. Le strade vengono rinominate a seconda della nazionalità delle puttane che vi lavorano, ordinando in uno stradario ideale quel bordello a cielo aperto in cui si trasformano, di notte, le città italiane.
“Oscillazioni” è uno dei due monologhi della più vasta raccolta di opere di Trevisan, pubblicati di recente per Einaudi. L’altro monologo, “Solo RH”, è stato affidato e messo in scena da Roberto Herlitzka nel 2007. In questa occasione, in scena l’attore Giordano De Plano affronta per la prima volta con un testo che lo vede in scena da solo, per un “assolo” denso e intenso di parole e di silenzi. “Un teatro del corpo, esposto e in fibrillante, sterile ostensione – racconta il regista Giuseppe Marini - generatore di una parola promiscuamente deiettata, “schizzata”, spezzata e in sincopante autocombustione, intrisa di umori, sperma, sudore e che tra i suoni acidi di un inquietante notturno elettro-statico, si disfa proprio nel suo farsi”.
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